
Marco Cherubino Orsini è Perito Agrario e Segretario del Consiglio Nazionale dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati.
1. Qual è il primo bilancio dei danni nel 2026?
È ancora presto per fornire dati definitivi sul numero complessivo delle denunce, sull’ammontare dei danni e degli indennizzi a livello nazionale, perché molte perizie sono tuttora in fase di completamento. Dal punto di vista tecnico, tuttavia, le evidenze disponibili consentono già di delineare, con la necessaria prudenza, l’andamento della stagione.
La prima parte della campagna non è stata caratterizzata da un numero elevato di eventi. Il gelo ha prodotto effetti complessivamente lievi e molto localizzati, fatta eccezione per il Piemonte e, in particolare, per la provincia di Cuneo, dove si sono concentrati i danni più significativi. A partire da maggio il quadro è cambiato, con numerosi eventi grandinigeni di forte intensità, soprattutto in Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Si sono verificati anche diversi episodi di vento forte, che hanno interessato la Lombardia e, in particolare, la Franciacorta. Da quel momento gli eventi si sono susseguiti con maggiore frequenza, mantenendo una distribuzione territoriale molto irregolare. La seconda parte della stagione è stata segnata dalle alte temperature e da danni da siccità diffusi, con effetti differenti in relazione alle colture, alla disponibilità irrigua e alle condizioni locali.
Il primo bilancio restituisce quindi un’annata molto eterogenea, con danni in forte aumento rispetto al 2024 e al 2025 nel perimetro osservato. Anche i dati parziali disponibili su singoli portafogli assicurativi indicano una pressione rilevante, ma non rappresentano l’intero mercato nazionale e non sono direttamente generalizzabili.
2. Quali eventi hanno lasciato il segno più profondo?
Sicuramente la grandine e il vento forte.
La grandine ha inciso sia sulle quantità sia sulla qualità commerciale delle produzioni, provocando lesioni e deprezzamenti su vigneti, frutteti, mais e colture specializzate. Il vento ha spesso aggravato il quadro, causando allettamenti, rotture, caduta dei frutti e danni agli impianti di sostegno. Nella seconda parte della stagione si sono sommati gli effetti delle alte temperature e della siccità, con riduzioni produttive, stress vegetativo e difficoltà più marcate nelle aree con minore disponibilità irrigua.
Un aspetto rilevante è la forte disomogeneità dei danni: anche all’interno dello stesso comprensorio si riscontrano differenze significative tra aziende e appezzamenti vicini.
L’accertamento diretto resta indispensabile per distinguere correttamente le componenti quantitative, qualitative e strutturali del danno.
3. Che cosa è accaduto il 28 agosto?
L’evento del 28 agosto si colloca tra gli episodi più rilevanti della campagna 2026 nelle aree osservate. Il nucleo più intenso ha investito la Bassa Veronese, in particolare Salizzole, Concamarise, Bovolone, Cerea, Isola della Scala, Nogara e Vigasio, estendendosi poi verso Oppeano, Zevio, Palù, Roverchiara, Minerbe, Terrazzo, Bevilacqua e Cologna Veneta. Un secondo fronte molto intenso ha interessato Cremona e diversi comuni della provincia, tra cui Bonemerse, Sospiro, Sesto Cremonese, Pieve San Giacomo, Piadena Drizzona e Spino d’Adda.
Nella Bassa Veronese i danni hanno riguardato soprattutto tabacco e mais, ma anche mele e altri frutteti, riso nell’area di Isola della Scala, vigneti e, localmente, pomodoro e colture orticole. Nel Cremonese le produzioni maggiormente esposte sono risultate mais, in particolare quello di secondo raccolto, soia e pomodoro, con effetti anche sulle colture destinate all’alimentazione zootecnica. La distribuzione dei danni è stata molto disomogenea. Nelle fasce direttamente attraversate dalle celle temporalesche, grandine e raffiche di vento hanno agito insieme: colture allettate o spezzate, tabacco defogliato, frutti lesionati o caduti, risaie piegate a terra e danni a serre, magazzini, impianti irrigui, fotovoltaici e strutture aziendali.
Le perizie sono ancora in corso e non è possibile formulare una stima economica definitiva.
L’episodio è però indicativo di un rischio sempre più correlato: grandine, vento e piogge intense possono agire nello stesso arco temporale, amplificando gli effetti sulle produzioni prossime alla raccolta e sulle strutture. La valutazione conclusiva dovrà distinguere con attenzione il danno quantitativo, quello qualitativo e quello strutturale.
4. I dati confermano che il rischio agricolo sta cambiando?
Le evidenze raccolte sul campo indicano un’evoluzione del rischio agricolo. Nel 2026, nel perimetro osservato, appaiono mutate la frequenza, l’intensità e la distribuzione territoriale degli eventi. Si tratta di una valutazione tecnica preliminare, da verificare sui dati consolidati di fine campagna.
I fenomeni risultano spesso molto violenti e localizzati, con perdite elevate in aree ristrette e superfici vicine quasi indenni.
Nella stessa campagna, inoltre, una coltura può essere interessata prima dal gelo, poi da grandine o vento e infine da caldo e siccità. Questa sovrapposizione rende più complessa la ricostruzione del danno. Occorre valutare ogni azienda in relazione alle colture, alle fasi fenologiche, alla disponibilità irrigua e alla successione concreta degli eventi.
L’aspetto più rilevante è il possibile passaggio da un rischio prevalentemente ordinario e localizzato a un rischio con caratteristiche più sistemiche, nel quale clima, disponibilità idrica, costi, credito e tenuta delle filiere possono condizionarsi reciprocamente. Le serie storiche restano utili, ma andrebbero integrate con scenari previsionali, dati territoriali e informazioni economiche.
Ne deriva l’esigenza di una gestione permanente del rischio, fondata su prevenzione, adattamento, trasferimento assicurativo e mutualistico e capacità di aggiornare rapidamente le decisioni.
5. Come sta cambiando il lavoro del perito?
Il lavoro del perito è diventato più complesso perché non consiste soltanto nella stima della perdita finale. Oggi è necessario ricostruire il rapporto tra ciascun evento atmosferico e il danno effettivamente subito dall’azienda, distinguendo le perdite quantitative da quelle qualitative. La stagione 2026 ne offre un esempio: avversità diverse si sono manifestate in tempi e territori differenti, talvolta sulla stessa coltura.
Il perito deve separare il contributo di ogni evento e documentarlo in modo coerente, tracciabile e verificabile. La forte variabilità territoriale rende il sopralluogo ancora indispensabile. Dati meteorologici, immagini satellitari, droni e documentazione georeferenziata migliorano tempestività e precisione, ma non sostituiscono l’interpretazione agronomica e l’esperienza professionale. Il perito è quindi sempre più un professionista della gestione del rischio, chiamato a integrare competenze agronomiche, estimative, assicurative, normative e digitali. Questa evoluzione richiede incarichi chiari e verificabili, autonomia tecnica, assenza di conflitti di interesse, aggiornamento professionale e adeguata copertura di responsabilità civile.
La qualità della perizia nasce già dal conferimento dell’incarico e si misura nella tracciabilità del percorso valutativo, nella difendibilità delle conclusioni e nella responsabilità personale del professionista iscritto all’Albo. In una campagna con danni in forte aumento, indipendenza e uniformità del giudizio tecnico diventano garanzie per l’impresa, la compagnia e l’intero sistema.
6. Le aziende agricole sono assicurate in modo adeguato?
La consapevolezza degli agricoltori è cresciuta: oggi è molto più diffusa la percezione che il rischio climatico debba essere gestito, tuttavia, si scontra con la crisi di redditività di una parte importante del comparto.
Per alcune colture i margini sono così contenuti che il costo della copertura, anche quando agevolata, può diventare difficilmente sostenibile e indurre l’impresa a ridurre le garanzie o a rinunciare del tutto alla polizza.
Rimane inoltre molto marcato il divario territoriale. Nel 2025 circa l’80% dei valori assicurati sulle colture vegetali risultava concentrato nelle regioni settentrionali, contro il 9% del Centro e l’11% del Sud e delle Isole. Il dato conferma che il sistema continua a essere molto più radicato nel Nord, mentre nel Mezzogiorno non riesce ancora a esprimere la stessa capacità di attrazione e diffusione.
Le ragioni non sono soltanto culturali: pesano la diversa struttura produttiva, la presenza di aziende più piccole e colture con minore valore per ettaro, il rapporto tra premio e margine atteso, la complessità delle procedure, esperienze non sempre positive nella gestione dei sinistri e una rete di assistenza e intermediazione meno capillare.
In queste condizioni, anche un’impresa pienamente consapevole del rischio può concludere che assicurarsi non sia economicamente conveniente.
Occorre quindi rendere il sistema realmente conveniente e accessibile: prodotti più semplici e proporzionati alle diverse colture, costi compatibili con i margini aziendali, tempi certi, maggiore trasparenza e un accompagnamento territoriale capace di raggiungere anche le imprese meno strutturate.
Polizze, strumenti mutualistici e Fondo AgriCat possono offrire una protezione più ampia solo se integrati in un modello che riduca il divario tra territori e trasformi la copertura da costo percepito a leva concreta per la continuità aziendale.
7. Come sta funzionando la complementarità tra polizze e Fondo AgriCat?
Nel quadro del PGRA 2026, la complementarità tra polizze agevolate e Fondo AgriCat deve diventare un sistema concretamente comprensibile e utilizzabile dalle imprese.
Il punto decisivo è sapere, senza ambiguità, quale strumento interviene, per quale avversità, con quali condizioni e in quali tempi.
La complementarità funziona soltanto se Fondo, compagnie, organismi collettivi e strutture tecniche adottano criteri omogenei e condividono tempestivamente dati affidabili. Quando avversità diverse si susseguono sulla stessa coltura, interpretazioni divergenti possono produrre ritardi, incertezza e contenzioso.
In questo sistema la perizia è il punto di tenuta: il professionista deve ricostruire con rigore la sequenza degli eventi, attribuire a ciascuna avversità la relativa quota di danno e rendere verificabili rilievi, metodo e conclusioni. Senza indipendenza, competenza e responsabilità personale del perito aumentano il rischio di sovrapposizioni, vuoti di copertura e decisioni difficilmente difendibili.
Il giudizio resta prudentemente positivo, ma la direzione deve essere chiara: meno frammentazione, regole uniformi, responsabilità definite e tempi misurabili.
8. Quale indicazione darebbe agli agricoltori per il 2027?
Il primo consiglio è considerare la polizza un vero mezzo di produzione, al pari delle altre scelte necessarie per garantire la continuità aziendale. La copertura deve essere inserita stabilmente nella programmazione e nel bilancio dell’impresa, valutandone il costo in rapporto al reddito protetto, alla capacità di investimento e agli obiettivi produttivi.
Il punto di partenza è l’analisi concreta dell’azienda: colture, localizzazione degli appezzamenti, disponibilità irrigua, fasi fenologiche sensibili, rese attese, valore delle produzioni, margini e capacità finanziaria. Su questa base vanno scelti garanzie, valori assicurati e combinazione tra polizze, strumenti mutualistici e Fondo AgriCat.
Una gestione del rischio ben documentata dovrebbe inoltre dialogare con il sistema bancario e contribuire positivamente alla valutazione dell’impresa.
Riduce infatti la volatilità dei risultati e rende più credibile la capacità di rimborso e di realizzazione degli investimenti.
Alle coperture devono affiancarsi misure di prevenzione e adattamento tecnicamente ed economicamente sostenibili: difesa attiva, gestione efficiente dell’acqua, cura del suolo, diversificazione, innovazione varietale e strumenti previsionali.
Una proposta concreta potrebbe essere quella di riconoscere, nei complementi regionali per lo sviluppo rurale, una premialità alle aziende che adottano in modo continuativo strumenti di gestione del rischio, come riconoscimento della maggiore solidità di imprese che proteggono gli investimenti sostenuti con risorse pubbliche e aumentano la probabilità di raggiungere gli obiettivi programmati. Anche le filiere, le cooperative e i consorzi possono contribuire, aggregando domanda, dati, assistenza e capacità contrattuale.
L’obiettivo finale è integrare polizza, prevenzione, credito e organizzazione di filiera in una strategia unica.




